Tipi di meditazione

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Differenti tipi di meditazione

La meditazione è, alla sua radice, il processo di ristrutturazione dell’attività cognitiva. Tramite l’utilizzo intenzionale dell’attenzione, l’organo di senso dell’individuo consapevole, è possibile modificare il modo in cui i dati sensoriali vengono elaborati per strutturare l’interpretazione della realtà. L’attenzione viene utilizzata in modi differenti nei due tipi di meditazione fondamentali: l’attenzione focalizzata e la meditazione analitica.

Attenzione focalizzata

Lo scopo della meditazione con attenzione focalizzata su un oggetto è sviluppare la concentrazione dell’attenzione.

La concentrazione è la capacità di mantenere l’attenzione per il tempo voluto su un oggetto scelto intenzionalmente, senza avere distrazioni o perdita del focus.

Questa capacità ha chiaramente dei benefici secondari che si rendono evidenti nella vita della persona che ne è dotata, ma in questo contesto il fine di avere la stabilità dell’attenzione è quello di impiegarla nella meditazione analitica. Senza questo saldo supporto come fondamento, la meditazione analitica perde di intensità e quindi di efficacia.

Meditazione analitica (discernimento)

Nella meditazione analitica l’attenzione non viene posta su uno specifico oggetto, ma sulla consapevolezza stessa: la consapevolezza diviene l’oggetto su cui l’attenzione viene direzionata.

Si tratta di una meditazione di discernimento, il cui fine è quello di ottenere una comprensione esperienziale della natura impermanente dell’esperienza.

È analitica, non nel senso che si analizza verbalmente la consapevolezza, ma nel senso che si analizza in modo esperienziale la natura stessa dell’esperienza.

Per comprendere questo elemento, serve un background teorico minimo (per i dettagli ti rimando al modulo Essere consapevole del ndOS).

Qualsiasi oggetto è conosciuto tramite un’esperienza. In ogni esperienza è contenuto un soggetto che esperisce l’oggetto dell’esperienza. È un non-senso parlare di un oggetto separato dal soggetto che lo esperisce.

Questa caratteristica è il fulcro teorico sul quale si cerca di fare luce.

Essendo una caratteristica fondamentale dell’esperienza, essa è di natura essenziale: è l’essenza di come le cose sono. Quindi conoscere in modo esperienziale la natura del soggetto e dell’oggetto significa conoscere la natura essenziale della realtà.

In ogni cognizione, sia il soggetto che l’oggetto dell’esperienza sono mutevoli, cambiano continuamente nella loro forma e nelle loro caratteristiche: sono accidentali.

Ciò che non è accidentale è la loro natura fondamentale, essenziale, cioè che essi emergono in un campo indifferenziato di consapevolezza, detto appunto non-duale perché privo di separazione. Questa caratteristica non è mutevole, è permanente.

Nell’esperienza ordinaria l’individuo si identifica con gli oggetti che esperisce, con la loro natura accidentale. Il focus è generalmente sulla natura degli oggetti, anche se episodicamente può emergere la consapevolezza di sé come soggetto. In ogni caso, queste esperienze sono transitorie, e l’individuo non è consapevole di ciò che è invariante nell’esperienza, la consapevolezza.

La pratica di meditazione analitica è la tecnica meditativa che rimuove le caratteristiche del processo cognitivo che oscurano la natura essenziale dell’esperienza.

Rende l’aspetto implicito dell’esperienza – la consapevolezza – accessibile fenomenologicamente all’individuo.

La capacità di focalizzare l’attenzione è un mezzo per allenare l’attenzione ad essere stabile. Questa stabilità viene poi impiegata nella meditazione analitica per ottenere, oltre alla stabilità, la chiarezza della consapevolezza.

Attenzione-focalizzata-Stabilita-Meditazione-analitica-Chiarezza

Le modalità con cui questi due tipi di meditazione si avvicendano sinergicamente tra loro sono sono approfondite nell’articolo: Meditazione: concentrarsi o lasciare andare?

Compassione

La pratica della compassione non-referenziale mira a produrre uno specifico stato emozionale, l’amore e la compassione per l’altro.

Lo stato è centrato sull’altro, ma è detto non-referenziale proprio per sottolineare che non ha uno specifico oggetto di focus.

Sono presenti dunque due aspetti, il coltivare la compassione e la consapevolezza priva di oggetto. In questo senso si può pensare a questa pratica come ad una variante della meditazione analitica, anche se ne differisce in quanto la compassione qui fornisce il contesto per l’evocazione della consapevolezza priva di oggetto della presenza aperta. L’obiettivo è quello di unire queste due componenti.

Per ottenere questo risultato è possibile strutturare una sequenza all’interno della sessione: è possibile coltivare inizialmente la presenza aperta per poi evocare la compassione mantenendo la presenza aperta nel modo migliore possibile, per poi concludere integrando queste due componenti in una sintesi: la compassione non-referenziale. L’esperienza del praticante porta nel tempo a rendere questa sequenza superflua.

La condizione di compassione non-referenziale implica sia l’amore per l’altro che la compassione. Queste due componenti coinvolgono inizialmente un certo grado di sentimentalismo, che però non è fine a sé stesso: esso sfocia nel tempo in un atteggiamento di stabilità dello stato e di intenzionalità verso l’aiuto dell’altro.

Essendo la compassione centrata sull’altro, sviluppa nel praticante dei tratti che sono essenziali per la presenza aperta, ovvero la capacità di lasciare andare sempre di più l’attaccamento verso la soggettività stessa, cioè l’attaccamento all’individualità. La fissazione su di sé è il limite che blocca il progresso nella realizzazione della presenza aperta: introdurre nella pratica la compassione non-referenziale aiuta a sciogliere questa fissazione.

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