Il guidatore e l’elefante: una visione integrata

Una visione integrativa della storica metafora che descrive l'interiorità dell'animo umano: quella dell'elefante e del suo portatore.
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L’animo molteplice

È meraviglioso riconoscere come l’interiorità dell’essere umano sia composta da più parti. Possediamo un insieme di funzioni con modalità di azione e scopi diversi tra di loro, e questa è una nostra ricchezza. Il rovescio della medaglia è che a volte queste funzioni possono essere in contrasto.

Pensa alla classica contrapposizione “mente e cuore“. La mente dice una cosa, e il cuore ne dice un’altra. Si crea immediatamente una tensione interiore di non facile risoluzione.

Cuore - Cervello Braccio di ferro

Spesso le persone, per risolvere la tensione, si polarizzano su una posizione dando “vittoria” ad una parte e giustificando a posteriori la posizione presa.

Queste funzioni ci appartengono in quanto esseri umani. Possono essere divise tra di loro, creando spinte contrastanti, o integrate in un insieme più grande. Non parlo solo dell’esempio mente-cuore appena fatto, ma di tutte le innumerevoli spinte che agiscono dentro di noi.

Da sempre l’uomo ha cercato di conoscere la sua interiorità e di conciliare i vari aspetti della sua natura. La maturità di una persona e la sua saggezza del vivere una vita armoniosa infatti è un riflesso di questa riuscita integrazione interiore.

Nel corso della storia, spesso chi ha compiuto questa conciliazione interiore ha tentato di veicolare il suo insegnamento ad altri usando delle metafore. Queste hanno lo scopo di veicolare un messaggio profondo e simbolico. Colpiscono perché agiscono con delle immagini e degli archetipi, quindi restano più impresse rispetto ad un insegnamento linguistico che si ferma al livello del significato semantico.

Vediamo una famosa metafora antica che tenta di dare una spiegazione su come unire la divisione tra la parte razionale e quella emotiva-istintiva dell’essere umano.

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L'elefante e il guidatore

Il guidatore e l’elefante

Una preziosa metafora che tenta di rappresentare la nostra interiorità a livello simbolico è stata trasmessa da un altro grande saggio, il Buddha.

Il Buddha ha paragonato l’interiorità dell’essere umano alla coppia composta da un elefante selvaggio e il suo portatore.

Questa metafora rappresenta in modo simbolico le proporzioni diverse tra le parti in gioco. La parte emotiva-istintiva ha un peso e una forza maggiore rispetto a quello della ragione.

Il guidatore tiene le redini, e tirandole in un modo o nell’altro dice all’elefante di voltarsi, fermarsi o proseguire. Normalmente il portatore dirige le cose, ma solo finché l’elefante non manifesta desideri propri: quando l’elefante davvero vuole fare qualcosa, il portatore non può fare altro che essere portato a spasso dall’elefante.

Nella visione integrata proposta dal Buddha, il guidatore doma l’elefante.

Questa mia mente, che un tempo vagava a suo piacimento da un oggetto all’altro, in balia di ogni capriccio e desiderio, la dominerò ora come il mahout guida l’elefante in calore con la sua asta uncinata.

La metafora del guidatore e dell’elefante è stata largamente approfondita da un ricercatore moderno, Jonathan Haidt, che nel suo famoso libro “Felicità, un’ipotesi” ha analizzato molte implicazioni psicologiche e relazionali di questo binomio.
Vediamone alcune.

L’elefante sente, il portatore giustifica

Nelle condizioni ordinarie il portatore dell’elefante è molto lontano dal domare il grosso elefante su cui è seduto.
Le ricerche nel campo della psicologia ci dicono che al massimo può essere visto come un consulente o un servitore, non un re, un presidente o un auriga con una presa salda sulle redini.

Il pensiero cosciente e controllato ha spesso l’impressione di direzionare con la volontà l’elefante, ma in realtà si è visto che la maggior parte delle volte avviene il contrario.

Ovvero, normalmente il guidatore giustifica a posteriori la direzione presa dall’elefante, appropriandosi della scelta già fatta in modo istintivo e pre-verbale.

Significa che…

nelle condizioni ordinarie è l’elefante a tenere le redini e a guidare il portatore.

È l’elefante che decide cosa è buono o cattivo, bello o brutto. Sono le sensazioni viscerali, le intuizioni e i giudizi avventati che ricorrono costantemente e automaticamente.

Il portatore crea (dopo) dei ragionamenti e argomentazioni per giustificarsi e anche li propone agli altri.

Quando si tratta di affrontare questioni morali, il portatore va oltre il suo ruolo di consulente nei confronti dell’elefante e diventa un avvocato che fa l’arringa di fronte alla corte dell’opinione pubblica per persuadere gli altri del punto di vista dell’elefante.

L’avvocato è il portatore (la parte razionale) e prende ordini dall’elefante (la parte automatica e inconscia).

Il ruolo del guidatore

L’elefante e il guidatore vanno visti come un insieme inseparabile, sono una coppia che viaggia assieme. Il portatore non può scendere dall’elefante, può solamente direzionarlo.

Il portatore, in questa coppia, è indispensabile perché ha la capacità di pianificare: ha una visione a lungo termine, vede e analizza gli ostacoli, può riconoscere e gestire una situazione da più punti di vista. La sua funzione è dunque fondamentale per mandare l’elefante nella direzione corretta.

Al contempo ha la tendenza a perdersi nei dettagli, quindi potrebbe restare fermo e non agire per molto tempo finché non ha una sufficiente chiarezza della situazione.

Inoltre ha un controllo limitato, può dare la direzione, ma per andare in quella direzione deve muovere l’elefante.

La funzione dell’elefante

L’elefante rappresenta i comportamenti automatici, istintivi, abitudinari. Sono molto forti e resistenti al cambiamento.

Non sono necessariamente negativi.

Se l’elefante possiede delle sane abitudini e una serie di abilità funzionali apprese, il portatore può dedicare la sua attenzione alla direzione a lungo termine sapendo che l’elefante resterà ben saldo sulla strada scelta. È una forza che dà sicurezza al portatore.

Viceversa, dal punto di vista negativo, quando l’elefante spinge in una direzione, è sordo ai ragionamenti. Non è con la logica che si può direzionare l’elefante.

L’elefante è tremendamente attratto dalla gratificazione immediata: cerca di avere subito un piacere da quello che sta facendo.

Quindi, di fronte ad una pianificazione a lungo termine da parte del portatore, dove sono spesso implicate delle rinunce e dei sacrifici, tende ad andare in sofferenza e ad agire in direzione discordante, cioè verso il piacere immediato.

Inoltre, l’elefante reagisce in modo sproporzionato agli elementi negativi.

L’elefante non è attratto dagli elementi positivi, cerca piuttosto di evitare quelli negativi e dolorosi.

Perché accade questo?

Perché l’elefante rappresenta la nostra parte evolutivamente più antica. Se vogliamo possiamo chiamarla “primitiva”, istintuale.

Dal punto di vista della sopravvivenza è più importante riconoscere i potenziali pericoli dell’ambiente e cercare di evitarli, piuttosto che perseguire un ipotetico (e non garantito) piacere futuro.

Il piccolo piacere immediato è a disposizione immediatamente. Il pericolo da evitare (reale o immaginario) è da affrontare subito perché potenzialmente può compromettere la sopravvivenza.

Il grande piacere futuro è un’ipotesi, una promessa del portatore, non è certo che ci sarà. L’elefante non ha questa connessione con il futuro, le sue reazioni sono immediate e istintive.

In sostanza, riassumendo: l’elefante è attratto dal piacere immediato e cerca di fuggire il dolore o gli elementi negativi presenti nella situazione attuale.

Il guidatore è attratto dai grandi e potenziali piaceri futuri ed è disposto ad affrontare dei disagi momentanei per perseguire una strada di maggiore realizzazione. Cosa che l’elefante non è disposto a fare.

In più, in questa metafora, dobbiamo inserire un altro elemento: l’ambiente esterno.

Un elefante condizionato

Nell’epoca in cui ci troviamo questi principi sono ben conosciuti e sono usati per direzionare il comportamento delle persone, o per meglio dire, dei consumatori. Ci troviamo ora nella situazione in cui l’elefante viene letteralmente addestrato a ripetere determinati comportamenti.

L’ambiente è studiato meticolosamente per condizionare l’elefante con fini commerciali e speculativi.

Il mondo digitale soprattutto ha aperto le porte ad un’infinità di potenti condizionamenti.

Il mondo dei social network, per fare un facile esempio, è studiato e calibrato per dare piccole gratificazioni immediate, utilizzando come innesco le relazioni. Un like su facebook, una notifica di un tag da parte di un amico, è proprio quel piccolissimo condizionamento diretto all’elefante, che gli da la gratificazione immediata che cerca, a costo forse del perdere di vista la strada che stava percorrendo assieme al guidatore.

Con questa forma di condizionamento, portatore ed elefante si trovano in pochissimo tempo letteralmente attaccati ad un telefonino alla ricerca di un piacere immediato. È facile restare incollati ad uno schermo per più tempo di quello che in realtà si vorrebbe. Il motivo è proprio questo: il condizionamento mirato all’elefante.

Chi addestra l’elefante è molto bravo nel suo lavoro. Sa come addestrarlo utilizzando dei metodi mirati ed efficaci. E noi glielo lasciamo fare. Nell’epoca storica in cui viviamo, serve essere consapevoli che ci sono anche queste potenti forze ambientali in gioco.

Potremmo ampliare la metafora in questo modo: il guidatore, l’elefante e l’ambiente condizionante.

Il guidatore, se vuole direzionare l’elefante, deve esserne consapevole, riconoscerli e proteggerlo dai condizionamenti esterni. Schermarlo, letteralmente, con consapevolezza da queste forze e imparare a dirigere l’elefante.

Per approfondire » Digital mindfulness

La consapevolezza

Per come è stata tramandata la metafora nel corso della storia, c’è stata una sovrapposizione tra la parte razionale della mente e l’auto-coscienza della persona. Haidt nel suo famoso libro ha dato il via a questa interpretazione che poi è stata ripresa praticamente da tutti coloro che hanno utilizzato la metafora in tempi recenti.

In realtà la ragione e l’autocoscienza sono due funzioni umane diverse da loro.

La mente razionale e la consapevolezza di sé non sono la stessa cosa.

Puoi essere consapevole di un pensiero, di un ragionamento o di un’immagine nella tua mente. È evidente che “colui che vede il pensiero” ha qualità e funzioni diverse della funzione pensante della mente.

Chi che è consapevole del contenuto della mente non è il pensiero.

Un pensiero è un contenuto della mente.

La mente è un contenitore di pensieri.

La consapevolezza può essere consapevole dei pensieri e anche del contenitore dei pensieri (la mente pensante).

La consapevolezza di sé ha natura e proprietà diverse, sia dal contenuto che dal contenitore.

Da leggere » Coscienza e consapevolezza, qual è la differenza?

Ecco allora che dovremmo cambiare leggermente il modo di interpretare la metafora del guidatore e dell’elefante, avvicinandoci di più al messaggio originario del Buddha.

Nella metafora originaria il messaggio non era “la ragione dominerà l’istinto.” Il messaggio era: “porterò piena consapevolezza a istinto e ragione, e li metterò assieme”.

La ragione non può dominare sull’istinto. Solo la consapevolezza può integrare istinto e ragione e metterli assieme.

Vorrei che, da qui in avanti, nella lettura tornassimo a questo intento di unificazione.

É la consapevolezza che fa il passaggio integrativo, non la ragione.

L’elefante da domare non è la parte istintuale ed emozionale, ma è l’insieme delle due componenti umane, istinto e ragione.

Ma allora, chi doma l’elefante?

È l’individualità consapevole che doma l’elefante, prima differenziando e poi unificando le sue parti.
L'elefante e il guidatore

Domare l’elefante

Domare l’elefante, in entrambe le sue parti, significa accogliere le sue spinte e parlare il suo linguaggio.

La parte emozionale e istintiva parla la lingua dei sensi, delle emozioni e dell’istinto, non quella della ragione. Per addestrare questa parte dell’elefante serve dunque porsi su questo piano, che è il livello del sentire, non del pensare.

Questo è il passaggio integrativo che manca all’uomo moderno, che ha spostato il baricentro della sua attenzione dal corpo alla testa, lasciando indietro questo pezzo fondamentale della sua umanità.

Invece di sentire, pensa. Ha scambiato il pensare con il sentire, lasciando indietro la sua parte emozionale, istintuale, viscerale.

Recuperare il sentire è il primo passaggio da fare perché il pensiero logico e razionale viene (evolutivamente parlando) dopo.

La mente è incorporata, nel senso di “radicata nel corpo”. E allora per integrare entrambe queste due componenti dell’elefante, serve passare attraverso il corpo, la sua biologia, il suo sentire.

Questo non significa che il sentire è più importante del pensare. Potremmo dire che è più fondamentale, nel senso che viene prima e quindi fa da fondamento a quello che viene dopo.

Da leggere » Fallacia pre-trans

Il sentire è il fondamento del pensare.

Sono semplicemente due parti dell’animo umano che vanno messe assieme. L’essere umano le possiede entrambe, e vanno integrate.

È la consapevolezza che si deve radicare nella componente istintuale e biologica umana.

Volendo usare un movimento simbolico, domare l’elefante non significa che l’individuo si eleva sopra e domina l’elefante, ma che scende e si radica, prende pieno e consapevole possesso dell’elefante.

Domare non è dominare. Domare è radicare l’essere consapevole nell’elefante.

In questo passaggio c’è un abbraccio unitario di ciò che è, c’è apertura e accoglienza a tutto quello che il corpo sente. Allora, fatto questo, potremmo dire che l’individuo doma l’elefante, non perché lo controlla, ma perché lo possiede come luogo di identificazione.

Ovvero la parte istintuale, emotiva ed irrazionale, è ritornata ad essere un luogo di identificazione della coscienza, così come lo era originariamente prima che si sviluppassero le altre funzioni cognitive superiori dell’essere umano.

Da questo “gradino”, emerge quello seguente, la mente pensante, logica e razionale. Senza separazione ma in una condizione di unione e integrazione tra le parti e funzioni.

Allora il pensiero non è più distaccato dal sentire. Il pensare e il sentire sono integrati nella consapevolezza.

Per approfondire » Consapevolezza multidimensionale

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Domande per riflettere

La metafora del guidatore e dell’elefante è certamente stimolante da più punti di vista.

Ti invito a riflettere tramite alcune domande su degli elementi toccati nell’articolo.

Se hai piacere puoi condividere il tuo pensiero utilizzando i commenti qui sotto.

  • Senti che l’elefante e il guidatore viaggiano allineati, o che tirano in direzioni opposte?
  • Quando ci sono direzioni discordanti, chi predomina, il portatore o l’elefante?
  • Quali strumenti usi abitualmente per direzionare l’elefante?

Bibliografia
Jonathan Haidt – Felicità, un’ipotesi

Manuel Petrucci -Il cervello emotivo 2.0

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